Famiglie morose, Bruxelles spinge per la Direttiva che apre ai fondi avvoltoio



La Commissione Europea spinge per ampliare il raggio di azione delle società di recupero crediti e dei cosiddetti “fondi avvoltoio”, che spesso tampinano, con pratiche intimidatorie famiglie e aziende in difficoltà con la restituzione di un prestito o di un mutuo. E tutto questo in piena crisi economica dovuta alla pandemia. 

A metà dicembre l’esecutivo Ue ha reso noto il suo piano d’azione: l’intento è quello di aiutare le banche a liberarsi degli Npl (non performing loans) vale a dire crediti deteriorati, soldi che l’istituto ha prestato ma che rischia di non avere più indietro perché il debitore è con l’acqua alla gola. Ma il Beuc, che riunisce associazioni di consumatori di tutti gli Stati membri, tuona: “Tutto questo non può avvenire a spese dei consumatori, soprattutto in una fase in cui, a causa della pandemia, in molti stanno faticando per rientrare dai debiti”.

Un problema serio, quello degli Npl, che rischia di mettere in difficoltà il sistema bancario europeo e, a valle, tutti i consumatori. Le banche italiane sono tra le più esposte di tutta l’Unione, con un tasso di Npl sul totale dei prestiti dell’8% nel 2019: peggio di noi solo il Portogallo (8,3%), Cipro (19,5%) e la Grecia (39,6%). La Germania ad esempio è all’1,3%, la Francia al 2,6%. La paura di Bruxelles è che, finita la stagione delle moratorie e delle misure d’emergenza (che nel frattempo hanno abbassato in modo artificiale queste percentuali, ora l’Italia è intorno al 6%), verrà fuori la realtà: miliardi di euro che famiglie e imprese non potranno ripagare. Con questo piano d’azione infatti la Commissione mette fretta al Parlamento europeo perché approvi una direttiva che è in ballo dal 2018. Ed è proprio questa direttiva che le associazioni contestano.

In sostanza la normativa renderebbe più facile, per le banche, cedere i propri debiti a società terze. Vale a dire i fondi avvoltoio e le più svariate società di recupero crediti. Non solo: queste società saranno libere di agire in tutta Europa. Una volta ottenuta l’autorizzazione di uno Stato membro potranno muoversi anche in tutti gli altri. Ma chi le controllerà? “Sarà il loro Paese d’origine a vigilare. Ma sappiamo bene che all’interno della Ue ci sono Stati più severi, sia nel rilascio delle autorizzazioni che nella vigilanza, e altri molto meno” spiega Michela Sartori, coordinatrice dell’area studi finanziari di Altroconsumo, organizzazione che fa parte del Beuc. Negli ultimi due anni la rappresentanza Ue dei consumatori è riuscita a mitigare un testo che secondo Sartori era ancora più squilibrato a favore delle banche. “Non credo ci siano più molti margini di manovra a livello europeo ma essendo una Direttiva, questa dovrà essere recepita da una normativa nazionale ed è lì che puntiamo a inserire maggiori tutele per i piccoli risparmiatori”.

Se la direttiva passerà, chi è in arretrato con un prestito o un mutuo potrebbe essere contattato da una società francese, belga o spagnola mai sentita prima, pronta a minacciare azioni legali o pignoramenti in caso di ritardo. “Questo accade già oggi, in casa nostra” spiega Stefano Cherti, responsabile banche e assicurazioni per Unione nazionale consumatori. “Capita spesso che società italiane chiamino 3-4 volte a settimana con numeri diversi o anonimi o che facciano scrivere lettere minatorie da legali compiacenti per spaventare il cliente”.

L’obiettivo è quello di riscuotere: il business per queste società è infatti doppio. “Il primo affare lo fanno acquistando il debito dalle banche a un prezzo ridotto, che in casi particolarmente compromessi può essere anche il 10% del totale”, dice Sartori. A quel punto l’obiettivo è farsi restituire anche una piccola parte del debito, e il guadagno è fatto. “Bisogna ricordare che, per una banca, il recupero crediti è un’attività molto onerosa in termini di tempo ma anche di risorse umane, perché ci vuole personale dedicato solo a quello” spiega l’esperta di Altroconsumo. “Le società terze, invece, fanno solo questo e ci si possono dedicare con tutte le forze”.

Oltre a chiedere che non venga consentito il “passaporto europeo” ai fondi avvoltoio, il Beuc suggerisce altre strade: ad esempio la ristrutturazione del debito o la proroga dei termini. Insomma: soluzioni più complesse, ma anche più amichevoli, rispetto alle vie brevi che però aprono a comportamenti aggressivi nei confronti dei morosi incolpevoli. Sia famiglie che imprese.

“Non è giusto che le persone fisiche siano messe nello stesso calderone delle imprese – lamenta Cherti -, l’Italia poi ha un tessuto produttivo fatto di microimprese, in cui il genio di un artigiano dà lavoro a 2-3 dipendenti. Formalmente, queste sono aziende. Ma lo squilibrio nei confronti del mondo bancario è enorme, ed è pari a quello di una famiglia. Non si possono trattare tutti allo stesso modo”. Cherti suggerisce anche delle linee guida, da parte di Abi, per vietare almeno i comportamenti più aggressivi, come le continue telefonate al cliente moroso: “Non sarà risolutivo ma sarebbe intanto un segnale da parte del sistema: certe pratiche non possono essere tollerate”.

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