Sci, Mikaela Shiffrin è pronta a tornare: la regina vuole riprendersi il trono dopo il blackout


Era come avere un datario appeso al muro, di quelli vecchi, con la carta sottile, che tiri via un foglio al giorno. Cambiava il numero ma non l’animo. Mikaela Shiffrin ha vissuto nell’ombra per mesi. Non si chiedeva: “Quando ne uscirò?”. Piuttosto: “Esiste una via d’uscita?” La fama, le vittorie, i sogni che diventavano realtà, scendendo quasi sempre più veloce delle altre, e quel contorno di improvvise sicurezze, quell’essere diventata la ragazza da cinquanta milioni di dollari, in una carriera già leggendaria, nonostante fosse appena all’inizio: ebbene tutti questi affascinanti particolari, di colpo, smisero di esistere. Non sapeva più cosa pensare, dove guardare. Aveva vinto a Bansko, in Bulgaria, il 26 gennaio: era un superG e teoricamente sarebbe dovuta essere soltanto l’ennesima perla di quella sua collana di trionfi. Un monile di insopportabile bellezza e concretezza. Davanti aveva soltanto altri eventi simili, appariva imprendibile, qualche volta la Vhlova riusciva ad arrivarle davanti, ma erano briciole, anzi schizzi di neve, ciò che Mikaela lasciava alle avversarie che l’hanno sempre guardata con un rispetto imbarazzato: “Ma come diavolo fa?”.

Come tutti i grandi dello sport, Mikaela è venuta su minimizzando la fatica. Come Messi, Federer, LeBron, tanto per dirne tre, insegnava qualcosa che di fatto non si può insegnare: la decontrazione al massimo dell’espressione agonistica. E poi in un sport come il suo, dove tutto è tensione e controllo (ma attenzione: soltanto in apparenza). Essendo lei stessa una grande, Mikaela ha cominciato a diffondere il messaggio rovesciato: che le gare si vincono quando gestisci i black out, anche se si tratta di decimi di secondo, frammenti di tempo, certo, ma sempre sufficienti per perdere l’assetto e scaricare male il peso, magari cedendo (capita anche ai predestinati) alla tentazione di appoggiarsi sullo sci interno. Come quella di Marcel Hirscher, la tecnica di Mikaela consiste nel far tesoro degli errori in corso d’opera, nel sapersi rimettere subito in carreggiata dopo una compressione vissuta con difficoltà o un muro affrontata senza la giusta armonia elaborata sul piano. Tipo Sinner, che ha mandato, grazie al suo coach Piatti, a memoria la lezione di Djokovic, Mikaela sa che è dalla notte che viene il giorno: “Vinci quando stai perdendo”.

Cancella e riparti. È un attimo. Se gli attimi diventano due, può darsi che la manche è andata o andato il game. La perdita della centralità è per Mikaela un nano secondo, ma è da lì che la curva successiva parla un’altra lingua, nella bio-meccanica perfetta del suo sci. E torniamo all’ansia, che il casco con su scritto  “be nice, think first, have fun” vorrebbe d’ora in poi comprimere, come se volesse stritolarla (è una frase del padre: sii carina, prima pensa, divertiti). Mikaela infatti incontra l’abisso. Il 2 febbraio suo padre Jeff, uno dei motori manageriali dell’attività della figlia, un faro spirituale, uno degli amori incalcolabili della sua vita, muore cadendo dal tetto di casa mentre sta effettuando dei lavori domestici. Apriti cielo. Anzi chiuditi cielo. Mikaela torna a casa. Da poco era andata a vivere da sola, in un baita principesca. Quando riprende possesso dei suoi spazi, scopre che nulla è più come prima: le stanze sono diventati dei precipizi, la cucina, di cui andava tanto orgogliosa, non manda più profumi, non c’è fuoco, né calore. Una casa desolata, disegnata, non vivibile. Gli stessi alberi, fuori dalle verande, sono minacce. Finisce la stagione in anticipo. Non si riprende. Non ce la fa. Ogni tanto lancia qualche messaggio, ma neppure lei ci crede più tanto. Lo fa soltanto perché ha bisogno, se non altro di immaginare, che là fuori ci sia ancora qualcuno e qualcosa. Ma sono sensazioni fragili e i movimenti verso il mondo, verso l’esterno, sono impercettibili. Mikaela scompare. Per sé, prima ancora che per gli altri. Annuncia di voler tornare per le finali di Coppa del Mondo di Åre. Ma è un progetto che non sta in piedi. Perché è lei che purtroppo non sta in piedi. La pandemia la prende al collo, per quel po’ che le resta. Scopre che la vita non è soltanto slalom, che ci sono altre realtà. Avverte un peso sullo sterno. In lei si è materializzato un dolore persistente che va a macchiare qualunque suo pensiero, togliendole il respiro.

Il lungo inverno di Shiffrin, assente anche a Soelden: “Lo sci mi porta lontano dalle persone che amo”

Alessandra Retico




La dominatrice del circo bianco svanisce così nel nulla, c’è chi teme che non torni mai più. Lei stessa ci avrà riflettuto. Durante i mesi estivi si rimette in cammino. Si allena a casa, a Vail, in Colorado e poi a Lake Louise, in Canada. Le gambe però non rispondono. Chi non scia da un po’, specie se con quelle richieste funzionali, sa che bastano dieci secondi per mandarti a fuoco le cosce e in pappa il cervello. Come la testa, la gambe di Mikaela faticano a ritrovare l’equilibrio. C’è una platea di spettatori interessati che nel frattempo fanno il tifo per lei: gli sponsor non forzano ma s’interrogano, le dichiarano vicinanza ma ovviamente sono pronti ad allontanarsi. Quando Mikaela va a riguardarsi le tabelle di preparazione soffre come una principiante: “E come si fa?”. Si fa. Anche se l’elaborazione del lutto è ancora lontana, per lei, per sua madre, per suo fratello, Mikaela rilancia: torno a Soelden per l’apertura della nuova stagione. Ma è un altro passo troppo lungo, le gambe tremano, la voglia va e viene. Si defila denunciando un mal di schiena. Quanto si soffre, quando si soffre. Quanto è lunga la strada del ritorno, quando non hai più cognizione delle tue energie.

ra Mikaela, che ha soltanto 25 anni, sembrerebbe davvero pronta. L’aspettano i record da battere di Stenmark e Vonn (87 e 82 vittorie in Coppa del Mondo). Lei ne ha 66. Dovrebbe ripresentarsi al cancelletto per lo slalom di Levi, in Finlandia, nel fine settimana. Ma nulla è scritto ancora. Il punto è: a che punto è, 300 giorni dopo? Non importa se prenderà due secondi e pazienza se il fiatone al traguardo, se mai dovesse veramente gareggiare, la farà un po’ vergognare e un po’ preoccupare. La distanza che dovrà colmare è quella che la separa da un barlume di serenità, da un piccola, nuova luce in fondo al cuore. Che faccia buio presto, a Levi, 170 chilometri oltre il Circolo Polare Artico, potrebbe aiutarla a percepire quella piccola fiammella dal profondo dell’anima. E farla tornare ad essere se stessa. Cioè una regina.
 

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