Rugby, il Sei Nazioni riprende senza terzo tempo: mai successo in quasi 150 anni



Le mischie, le percussioni, i placcaggi. E le corse con un pallone tra le mani, gonfio di vento. “Sì, però la birra?”. E’ tornato il Sei Nazioni, nonostante il Covid. Però, niente terzo tempo. “Per me, vale come la partita sul campo. Anzi, di più. Perché è il momento esemplare del nostro sport: c’è rispetto, comprensione tra gente che solo un minuto prima si sarebbe fatta a pezzi. Amicizia”: Marco Bollesan, 79 anni, il capitano più empatico degli  azzurri, racconta quel momento cerimoniale che è solo del rugby, essenza e valore di uno sport diverso dagli altri. Prima ci si affronta senza paura, ed è una battaglia senza esclusione di colpi: ma al fischio finale, dopo la doccia, ci si racconta tra compagni di strada con la voglia – sempre – di condividere le emozioni. Oggi no, non si può più: per la prima volta in un secolo e mezzo di storia, al termine di un incontro del Sei Nazioni – il torneo più antico del mondo: ci si azzuffa dal 1883, scusate se è poco – niente terzo tempo. Il protocollo della pandemìa non lo permette. Troppo pericoloso.

Di solito è una cosa semplice: la birra offerta all’avversario diretto nella club house, dalle nostre parti un piatto di pasta e un paio di bicchieri di vino. Ma a certi livelli è un vero evento: col banchetto ufficiale, i giocatori rigorosamente in divisa che si scambiano le cravatte, i presidenti delle federazioni e i capitani protagonisti di un discorso formale che non è mai scontato. E poi i brindisi. Soprattutto, i brindisi. Al termine dell’ultima Irlanda-Italia, il loro Ceo aveva avuto parole severe nei confronti della nostra Federazione: “Non ce l’aspettavamo, da vecchi amici come voi”, la sintesi. Se l’era presa con l’omologo italiano, Alfredo Gavazzi, che qualche mese prima aveva garantito col suo voto il successo della Francia nell’organizzazione dei prossimi mondiali ovali. A danno proprio dell’Irlanda. Perché il terzo tempo è una cosa seria, si scherza e non si scherza mai. Gli azzurri avevano ascoltato in silenzio, gli occhi bassi.

Oggi no, nessun banchetto: qualche bottiglia di birra lasciata negli spogliatoi di entrambe le nazionali, al termine di un match che pochi minuti fa naturalmente si è chiuso con la vittoria dei padroni di casa per 50-17 – per l’Italia è la sconfitta consecutiva numero 26: è dal febbraio 2015 che non vinciamo un incontro -, ma addio terzo alla tradizione. Del resto, con le mascherine sul volto sarebbe stato difficile bersi quella birra. A Bollesan quasi viene da piangere: “Una volta, per trovare l’ispirazione prima del discorso che toccava a me, ho chiesto di farmi una flebo di gin tonic”. “Un’altra ho attraversato a piedi un fiume con un gallese – tutti e due in giacca e cravatta – prima di raggiungere il banchetto”. Perché poi, complice la fatica della partita, qualcuno finisce sempre per andare oltre.

In questo secolo e mezzo di Sei Nazioni, durante il terzo tempo ne sono successe di tutti i colori: il mediano di mischia gallese Gareth Edwards che se ne va nascondendo sotto il cappotto il pallone della vittoria e 14 piatti; l’inglese Colclough che convince il compagno di squadra Smart a bere una bottiglia di “squisito” vino bianco e invece era un dopobarba, il poveretto finì in ospedale; un altro gallese, Andy Powell, che ubriaco fradicio entra in autostrada al volante di una di quelle piccole macchine elettriche che si usano sui campi da golf: in contromano, naturalmente; e in un test-match a Genova, il nostro Castrogiovanni che prende a pugni l’Orco Chabal per un complimento di troppo alla sua fidanzata 

 Oggi pomeriggio l’Italia si è battuta con orgoglio contro l’Irlanda, che è una super-potenza di questa disciplina alla pari degli All Blacks, mettendo in campo alcuni giovani – l’apertura Garbisi, su tutti – che dopo la doccia avrebbero meritato i complimenti degli avversari. “Sì, ma la birra?”.

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