Chiude la scuola? Continui a pagare. Scoppia il caso delle “clausole Covid”


C’è chi li chiama “patti di responsabilità”, chi adotta la retorica del “venirsi incontro”, ma nella sostanza sono dei ricatti: o firmi oppure dovrai iscrivere tuo figlio da un’altra parte. Sono le cosiddette clausole Covid e da alcune settimane sono diversi i cittadini che le stanno facendo emergere. 

Molti nidi, scuole dell’infanzia, ma anche primarie e secondarie – in ogni caso private – nel modulo di iscrizione inseriscono una clausola che, in caso di nuovi lockdown (nazionali o locali) o di chiusura dell’istituto per uno o più contagi, prevede che si continui a pagare la retta per intero, come se nulla fosse. Qualcuno si piega, qualcuno no. In ogni caso le scuole non lasciano margine di scelta. In una lettera che abbiamo potuto leggere, la direttrice di un istituto lombardo dice ai genitori – presumibilmente dopo alcune proteste – di “comprendere che potrebbero esserci delle difficoltà da parte vostra” ma che “al momento questa è la soluzione migliore possibile”. E chi non vuole sottostare alla clausola dovrà scegliersi un’altra scuola.

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A sollevare il caso delle “clausole Covid” è stata l’Unione nazionale consumatori, che con Stefano Cherti spiega come si tratti di clausole vessatorie e, in quanto tali, “illegittime”, perché “comportano uno squilibrio di rapporti tra parte debole, il consumatore, e parte forte, in questo caso la scuola”. Cosa deve fare chi le ha già firmate? “Assolutamente nulla e continuare a mandare i figli in quella scuola” continua Cherti. “Nel momento in cui dovesse esserci una nuova chiusura, la clausola vessatoria non avrà alcun effetto. Il cliente può averla firmata anche cinquanta volte, ma se viene accertato lo squilibrio, il contratto rimane valido a eccezione dell’articolo che contiene le condizioni a sfavore del consumatore”.

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“Pretendere la retta per intero in caso di nuovo lockdown è ingiustificato perché il rischio ricadrebbe tutto sulle spalle dei genitori. Al massimo, ci si potrebbe accordare su una percentuale della retta, da corrispondere per non mettere in crisi alcune scuole private” spiega Andrea Pusceddu di Federconsumatori. Anche questa associazione ha ricevuto alcune segnalazioni da genitori che, messi di fronte all’aut-aut, hanno rinunciato all’iscrizione. Pusceddu, che ha in Sardegna la sua base, sa di quattro istituti, tutti religiosi, che prevedono la clausola Covid “ma è solo la punta dell’iceberg, se ne abbiamo trovati quattro nell’isola è facile supporre che siano molti in tutta Italia”.

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Attenzione, però, non tutte le clausole sono vessatorie. Nel caso delle scuole dalla primaria in su, ad esempio, è vero che i contratti prevedono il pagamento della retta anche in caso di lockdown, ma assicurano la didattica a distanza. “In questi casi il pagamento è dovuto” spiega Cherti, sottolineando però che “diverso è il caso in cui nella retta siano compresi anche servizi come la mensa, l’utilizzo di palestre o campi sportivi. Tutti ‘optional’ che non si potrebbero usare in caso di lockdown. Lì è più giusto pagare solo parte della retta” e il consiglio è quello di farlo presente alla direzione per cercare un accordo.