Serie A, Costacurta: ‘Il calcio è cambiato. Impostare conta più di marcare’


L’ex difensore del Milan: “Oggi certi interventi mi fanno mettere le mani nei capelli…”

G.B. Olivero

Il soprannome resiste: anche per i bimbi che ovviamente non l’hanno mai visto giocare se non su Youtube o nelle immagini d’archivio, Alessandro Costacurta è Billy.

Ed è bello che sia così. Ma questa è una delle pochissime concessioni al passato: Costacurta guarda sempre avanti, gli succedeva in campo quando seguendo Sacchi modificò il suo modo di intendere il calcio e gli succede anche adesso, da osservatore attento e analista lucido. Però, pur comprendendo e apprezzando la svolta “giochista” del nostro calcio, Alessandro non nega che a volte certi interventi difensivi “mi fanno mettere le mani nei capelli”.

Costacurta, in Italia non è più così difficile segnare. Perché?

“Gli allenatori cercano difensori propositivi, che non significa che siano scarsi nella distruzione della manovra avversaria ma che tra le loro qualità principali ce ne sono altre. Pensi a Bonucci: è favoloso nell’impostazione, meno nella fase difensiva, ma è uno dei pochissimi difensori della A che giocherebbe in qualunque club del mondo. Oltre a Bonucci la Juve ha in rosa anche l’altro prototipo del difensore, ossia il marcatore classico: Chiellini ha sicuramente meno qualità tecniche, ma resta il miglior difensore d’Europa. Partendo da Leo e Giorgio, si va a cascata. Il Sassuolo, ad esempio, ha difensori che danno il meglio in fase di impostazione e questo vale per altre squadre. Il livello di tattica individuale dei giocatori è calato e al contempo gli allenatori stanno provando a fare un gol in più degli avversari e non a prenderne uno in meno. Il risultato di tutto questo è che in Italia si segna più che in passato”.

Il ruolo del difensore è cambiato sensibilmente negli ultimi anni?

“Assolutamente. Io esordii a 20 anni, adesso sarebbe più difficile. Ho maturato una certa fiducia in fase di impostazione intorno ai 30 anni, prima ero un difensore e basta. Ma il calcio è cambiato, Guardiola preferisce arretrare in difesa un centrocampista bravo piuttosto che schierare un difensore che non lo convince con i piedi. Negli anni Novanta le priorità erano diverse”.

Il controllo dello spazio e della palla, praticamente un mantra, fanno passare a volte in secondo piano la vecchia e sana marcatura? Ripensi al gol di Suarez in Barcellona-Liverpool 3-0: perfino Van Dijk, uno dei più grandi difensori in attività, si perse completamente la marcatura facendosi attrarre dalla palla.

“C’è questo rischio, ma in allenamento si può e si deve migliorare. In quell’azione Van Dijk probabilmente ha la percezione di poterci arrivare comunque, accadeva anche a me quando mi sentivo molto in forma. Mi ricordo un insegnamento di Sacchi: mi diceva di non aspettare mai il movimento o il contro-movimento dell’attaccante, ma di andare a cercarlo. Molti difensori guardano la punta, ma poi restano fermi. Faccia caso a quello che succede sui cross: a noi era stato insegnato di andare a toccare l’avversario per sbilanciarlo, adesso lo fanno in pochi”.

D’altronde una volta il difensore sembrava completamente a suo agio dentro l’area. Adesso non è più così: magari non ha problemi a uscire e fare pressione, ma poi se deve controllare un uomo vicino alla porta iniziano i guai.

“Il problema è il concetto di marcatura a zona che spesso viene travisato. Difendere a zona significa che marchi chi entra nella tua zona, non che resti fermo lì. Chi arriva in terzo tempo, ad esempio, devi andare a prenderlo altrimenti come lo fermi? Noi del Milan in area eravamo più bravi e poi alzando la linea abbiamo migliorato il meccanismo di protezione della profondità. Adesso le difese vanno in difficoltà se lasciano metri alle loro spalle”.

L’uscita da dietro spesso genera problemi. È davvero sempre necessaria?

“Gli allenatori si nascondono dietro alla parola mentalità ed è anche comprensibile. Ma non tutti possono fare fraseggio nella loro area. Baresi a volte diceva: “Ci vengono a pressare? Bene, buttiamola là, sulle punte”. Noi avevamo Van Basten e Gullit, certo, ma l’idea è di fare qualcosa di utile che sorprenda gli avversari”.

Si è perso il gusto di non far tirare l’avversario? La super difesa del grande Milan o la BBC della Juve trasmettevano un certo godimento nell’impedire proprio la conclusione oltre che il gol.

“Ai miei tempi con i compagni c’era la gara a chi faceva più anticipi: io li contavo sempre e, se ne avevo fatti un buon numero, mi dicevano bravo. Adesso i difensori sono più preoccupati dall’evitare un tunnel, come fosse un’onta. E’ un approccio diverso, che però spiega molte cose”.

Teme che il concetto di marcatura si sia un po’ perso anche nei settori giovanili?

“Il rischio c’è. Ma il gioco va in quella direzione. Non dico che sia sbagliato, è un’interpretazione diversa. Lo spettacolo richiede certe caratteristiche. Io non sono contrario, però quando vedo certi errori in marcatura mi metto le mani nei capelli”.

In Italia sta accadendo ciò che è sempre accaduto in Spagna (e viceversa). Stiamo modificando la filosofia?

“Sì, sta cambiando la nostra mentalità anche per la richiesta che arriva dalla gente e dall’opinione pubblica. Tanti allenatori hanno quest’idea di calcio in testa, si cerca di aggredire alti anche a costo di concedere. Però difendere bene è sempre una bella cosa”.

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