Professione virologo, il fascino di un mestiere fino a poco tempo fa sconosciuto – La Stampa


ROMA. Non che occupi l’immaginario come un supereroe in lotta contro il male, perché i figli del nuovo millennio, apparentemente più scafati delle generazioni precedenti, capiscono presto che anche Goldrake è relativo. Ma di sicuro quelle del virologo e dell’infettivologo sono diventate in queste settimane figure mitiche, meno emozionanti forse del camice bianco in prima linea tra i lettini da campo ma importanti, misteriose, dirimenti, l’occhio indagatore che guida dalle retrovie, il generale curvo sui manuali della guerra perché da lì, dalla conoscenza del nemico, arriverà, quando arriverà, la vittoria.

Prima interessavano gli influencer
«Ci aspettiamo un effetto emulativo, un interesse nuovo per questo tipo di professioni, un po’ come accadde quando il successo di Masterchef trascinò le iscrizioni all’alberghiero», spiega Daniele Grassucci, co-ofondatore di Skuola.net e direttore della testata omonima. E’ una questione di opportunità ma anche di psicologia: «La generazione Z è peculiare, ha interiorizzato il fatto che il posto fisso non ci sarà più e cerca un lavoro che abbia un senso, un impatto sociale, un prestigio duraturo, l’idea di svolgere un servizio, c’è la necessità di trovare modelli positivi, una narrazione esistenziale diversa».

Fino ad alcuni mesi fa le ambizioni degli adolescenti avevano orizzonti consolidati. Intrigava l’influencer nelle sue varie sfumature di youtuber o anche il disegnatore di meme o emoji, lo “startupparo” con l’idea che ti cambia la vita. A sedurre l’immaginario erano le professioni nate dalla società digitale o quelle di provenienza novecentesca come il programmatore informatico, lo chef o il data journalist ma rigorosamente declinate al presente. Mondi distanti anni luce dal pronto soccorso. Un recente sondaggio di Skuola.net, commissionato dalla fondazione Tim e dalla Uni Stem della Cattaneo, indagava proprio la mancanza d’interesse dei giovani per le discipline scientifiche al fine di colmare la carenza d’iscrizioni alle facoltà tecniche, matematiche, medico-scientifiche.

Il risultato – un gap forte, con appena un 18% d’interessati alla materia, soprattutto maschi – doveva servire come rampa di lancio per portare negli istituti professionali i “cervelloni” tipo Roberto Burioni.  Allora, nel mondo prima del Covid-19, pochi, a meno che non l’avessero incrociato per ragioni di salute, sapevano chi fosse un virologo o un infettivologo. Lo stesso Burioni era noto al massimo come il fustigatore via social network dei no-vax. Ilaria Capua, con buona pace della fama americana, era un nome noto nel ristretto ambiente degli scienziati. I ricercatori universitari, portati all’attenzione del grande pubblico dal film “Smetto quando voglio”, rientravano nella categoria degli sfigati condannati ad invecchiare nel precariato a meno d’emigrare.

Il fascino del laboratorio
Adesso che, nell’afasia di politici ed economisti, i commentatori più richiesti (ed ascoltati) sono per l’appunto i biologi molecolari, il laboratorio ha acquisito una luce nuova, fascinosa, appetibile. «Forse stanno cambiando un po’ le cose, c’è un’attenzione diversa, ma non ci voleva molto a capire che in un Paese dove i medici sono tra le categorie peggio pagate d’Europa servisse una buona dose di vocazione per intraprendere la carriera», osserva il professor Massimo Galli, l’infettivologo più celebre del momento, il capofila del laboratorio di malattie infettive di quel Sacco di Milano che nelle ultime ore ha diffuso le prime immagini al microscopio del coronavirus.

E così, continua, c’è da aspettarsi un aumento d’interesse per la professione più esposta, ma va dosato, preso con le pinze: «Parliamo di un percorso lungo e costoso, bisogna superare i primi tre anni e gli insegnamenti più teorico-propedeutici. Bisogna resistere ma anche capire bene le differenze. Il virologo studia di regola una branca della microbiologia che spesso non è chimica e che si occupa della diagnosi. L’infettivologo invece è un internista con specializzazione in malattie infettive il cui ambito spazia anche all’epidemiologia e alla diffusione sociale di alcune malattie». Come dire, senza scoraggiare nessuno, che di semplice, in quanto vediamo all’opera in diretta nell’ora più buia, non c’è null’altro che la possibilità di sbagliare e perdere vite.  

“Mi iscrivo a Medicina”

«In questi giorni in chat parliamo d’altro, il lockdown è in cima ai nostri pensieri, ma sì, qualcuno pensa a studiare biologia, io però personalmente resto interessata alla giurisprudenza» racconta Livia, 14, studentessa coattamente “domestica” di liceo classico. Angelo R., 18 anni appena compiuti, romano anche lui, aspetta di capire di che maturità morirà e, giura, «a settembre mi iscrivo a medicina, perché dopo quanto è successo il lavoro lo trovo di sicuro». Secondo Skuola.net il 16% dei ragazzi punta alle lauree socio-umanistiche, il 14% pensa di abbandonare l’accademia e il 42% si ammette indeciso.

La professione di virologo e le altre in pole position in queste ore, l’infettivologo e l’epidemiologo esperto di pandemie, non sono esattamente “a piece of cake”, niente a che vedere con il leggendario “bere un bicchiere d’acqua”. Ci vuole la laurea in medicina, tanto per cominciare. Oppure una laurea magistrale in biologia e biotecnologia. C’è da studiare e parecchio insomma, prima di cominciare la specializzazione in microbiologia e virologia, alias almeno altri quattro anni ad indagare, statistica alla mano, il comportamento dei batteri, la vita dei microrganismi, gli agenti patogeni. E la gloria non è per nulla assicurata. Tanti di quelli che lavorano in laboratorio lo fanno  infatti nel cono d’ombra. Basti pensare che la ricercatrice dello Spallanzani assunta un mese fa dopo aver isolato il coronavirus, campava fino a quel momento di contratti tipo co.co.co. da 1500 euro al mese e l’upgrade è arrivato talmente carico di sensi di colpa da dover enfatizzare per compensazione un esperimento già ultimato anche in altri laboratori americani, francese, cinesi.

«E’ necessario ripensare la narrativa della professione medica – chiosa il professor Galli -. Il numero chiuso ha creato problemi nel reperimento di nuove risorse ma è stato dettato dalla carenza strutturale del sistema. Non possiamo allentarlo senza modificare la capacità ricettiva. C’è oggi una richiesta forte e chiara di aprire le porte a nuovi medici ma questo significa anche superare le limitazioni del mondo pre-coronavirus, più docenti, più apparecchiature, più posti».

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