CLAUDIO MAGRIS Sulla proposta del regista fatta alla Rai “Io sto con il mio amico Avati Il grande cinema ci aiuta a rialzarci” – La Stampa


Fulvia Caprara

Roma

Le amicizie sono importanti, anzi, fondamentali, soprattutto quando riportano alla luce le caratteristiche profonde del proprio essere. In un prezioso intreccio di immagini vivide, racconti affascinanti, ricordi spassosi, Claudio Magris, «torinese di Trieste» come lui stesso si definisce, condivide le parole di Pupi Avati, sull’importanza della cultura e del grande cinema nei giorni della pandemia. «Nel nostro cinema, ma non solo, ha preso forma il senso epico della vita che riprendeva e continuava, il cinema è stato il grande artefice di quell’Italia diversa, che sperava di risorgere. Non voglio fare retorica e non mi illudo, ma credo ci sia bisogno, anche adesso, di uno sfondo fatto di partecipazione e di capacità di distinguere le cose essenziali da quelle che non lo sono. E’ in questo spirito che mi riconosco, quello con cui ho sempre cercato di vivere».

Un sentimento sparito?
«A giorni avrò 81 anni, sono, come diceva Ungaretti, nel “deserto di chi sopravvive”, e mi sento di dire che il “politically correct” è il contrario esatto del vero progressismo, della vera fraternità. Per darle l’idea le racconto un episodio, uno dei momenti più importanti della mia formazione. Ero in quarta ginnasio, avevo un professore di tedesco geniale e bizzarro, un giorno devo essere stato saccente o antipatico con un mio compagno, magari perché aveva avuto un voto basso, io ero abbastanza bravetto. Lui mi chiamò: “Caro Claudio – mi disse – sei simpatico, qui tutti ti vogliamo bene, ma sei stupido, non è colpa tua, torna al tuo posto». Una lezione che mi è rimasta stampata nella testa per tutta la vita».

Quando è venuto a mancare il tessuto di quell’Italia ?
«Penso che la crisi del nostro Paese sia iniziata nel momento in cui alle lotte, alle conquiste sindacali, alle battaglie per i miglioramenti delle condizioni esistenziali, si sia sostituito il sacrosanto diritto civile di succhiarsi l’alluce. Da quando la battaglia per i diritti civili ha fatto dimenticare quella per i diritti sociali, sono cadute grandi forze che, ancorché contrapposte, avevano la loro funzione. Insomma, quando il vecchio partito cattolico e il vecchio partito comunista – per cui io non ho mai votato – sono stati sostituiti dal movimento radicaloide di massa a cui interessa di più succhiarsi l’alluce, ecco, penso che da lì sia cominciato il tramonto».

Avati parla di programmi tv insulsi, inadatti al momento . Che ne dice?
«Condivido in pieno, è scandaloso che parlino non solo i tecnici, gli infermieri, i virologi, ma anche persone come me, i cosiddetti opinionisti. Ecco, siccome, in senso etimologico, la parola opinione significa contrario della verità, se un giorno qualcuno mi chiamasse “opinionista” gli tirerei un pugno in faccia».

Ha detto di essere unito a Pupi Avati da un legame fraterno, anche se avete preso strade diverse.
«Ho amato tanti suoi film, in particolare Regalo di Natale e anche La seconda notte di nozze. Forse me lo sento vicino perché, in realtà, sono un regista frustrato. A 18 anni, dopo la maturità, ero in dubbio se studiare Lettere o andare a Roma al Centro Sperimentale di Cinematografia. Il caso ha voluto che il presidente della commissione di maturità fosse il professor Giovanni Getto, così sono andato a Torino e ho fatto lì l’università. Mi è rimasto un grande interesse per il cinema, ma non sarei mai stato un grande regista, mi manca quella familiarità istintiva con il mondo delle cose. Vivo con estrema difficoltà il rapporto con il digitale, scrivo a mano, ma, per carità, non è un vezzo… A Torino, quando frequentavo il Collegio universitario, andavo ogni sera a vedere i film al Museo del Cinema».

L’ultimo film che ha visto?

«L’altra sera ho guardato Speriamo che sia femmina, forse l’unico di Monicelli che non avevo ancora visto, ecco, sono andato a letto pacificato. Vivo come tutti, con preoccupazione, con incredulità, qualche volta con paura, altre da spaccone. Il mio medico mi raccomanda di fare una passeggiatina, siccome il supermercato è a dieci metri da casa mia, mi ha detto che posso fare il percorso duecento volte».

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