Da Tiger Woods e Tonya Harding, ‘Che peccato!’: i sette vizi capitali in otto storie di sport


ROMA – Cosa hanno a che vedere Adriano Panatta con l’accidia, Giacomo Agostini con la gola, Tonya Harding con la superbia, Brian Clough con l’invidia, Tiger Woods e Lindsey Vonn con la lussuria, Giuliana Salce con l’avarizia (o avidità), Carlos Monzón con l’ira? Forse tutto, forse nulla, magari sono soltanto simboli, interpretazioni. Al limite, semplici coincidenze. O magari no. La risposta tenta di darla il Collettivo Banfield con “Che peccato!”, in uscita con Ultra edizioni (prefazione di Giorgio Porrà). 7 vizi capitali, 8 storie, altrettanti moti dell’animo. Pensieri che si concretizzano, azioni che rimangono nella mente. Ma fanno male.

Anche i più grandi peccano
Nel tentativo di fondere visione etica, sport e fondamenti religiosi in chiave laica, ‘Che peccato!’ è un libro che non intende fare la morale a nessuno, né prendere a bersaglio questo o quel personaggio dello sport. Vuole invece soffermarsi sull’umanità di alcuni personaggi straordinari e sulla straordinarietà di alcuni esseri umani. L’uomo di sport (o una sua singola particolarità) definisce a modo suo il vizio, mai il contrario. Uno degli intenti del libro è semmai mostrare come non esistano stanze insonorizzate rispetto alle costanti percussioni del male (o del singolo difetto). Quante volte il tifoso viene attratto, invece che dalle virtù, dal lato più oscuro del carattere del suo idolo? Otto figure di sport, tre italiane e cinque straniere di epoche e momenti storici differenti, vengono ‘utilizzatè per narrare sette storture dell’anima, sette scivoloni che nella vita sono capitati o che potrebbero capitare a ciascuno di noi. Sono cinque uomini e tre donne, tutti grandi campioni, non tutti viventi. Personalità di spicco raccontate senza seguire l’ordine sequenziale dei vizi, figure con un preciso punto debole (o presunto tale). Ma non sempre una debolezza è negativa, oppure inutile. Come tutte le cose, anch’essa va compresa, prima che combattuta o giudicata in fretta. Affrontare un vizio può rappresentare la spinta per perfezionarsi, per aggredire e se possibile sconfiggere fantasmi ed effetti delle privazioni del passato, oppure per rimediare a errori commessi. Gli otto protagonisti peccano, ma sono grandi. Sono grandi, ma peccano. Forse non c’era altro modo per essere lì, all’appuntamento con la storia, a giocarsela proprio quel giorno su quel ring, in quel campo, su quella pista. Un’altra domanda resta qui insoluta. Perché 8 storie per 7 peccati? E’ presto per rivelarlo. Tutto sarà chiaro alla fine del libro. Gli autori di “Che peccato!” sono Federico Ferrero, Massimo Filipponi, Remo Gandolfi, Diego Mariottini, Andrea Pelliccia, Amedeo Santicchia, Mirko Spadoni. La prefazione è di Giorgio Porrà.

Mariottini: “Giacomo Agostini e la gola”
Tra gli autori del libro c’è anche Diego Mariottini, già autore di volumi come ‘Revancha’, ‘Tiki-taka Budapest’ e ‘Ultraviolenza reloaded. Morire di tifo in Italia’. Lo abbiamo intervistato.
Diego, come è nata l’idea di fare un lavoro su questo argomento dei vizi e quanto è durato?
“L’idea è nata da un pensiero improvviso: quanto peso ha il male anche nel campo dello sport? Riflettendo sui parametri del male abbiamo prima pensato ai 10 comandamenti, ma i 7 vizi capitali funzionano meglio, hanno un impatto di maggiore immediatezza letteraria. Ci abbiamo lavorato oltre un anno. E’ stato difficile trovare i personaggi giusti e svilupparli in modo incisivo”.
A quale di questi sportivi hai dedicato il tuo capitolo?
“Il mio capitolo riguarda Giacomo Agostini e la gola. Nel suo caso la gola ha un significato traslato: lui era un cannibale di vittorie. Cambia l’oggetto della passione ma i meccanismi sono di fatto gli stessi. Lui è stato di una disponibilità incredibile, ben conscio del vizio cui era associato”.
Per vincere nello sport, secondo te avere dei vizi – in particolare superbia e accidia – può essere visto come un pregio?
“Nessun vizio va rigettato per principio. Essere centrati su se stessi è molto importante e ogni vizio va saputo utilizzare. La consapevolezza fa la differenza”.

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Carlo Verdelli
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