Rugby. Da Kirwan a O’Shea, Parisse al 5° Mondiale: ‘Carico a bomba’ – La Gazzetta dello Sport


La maglia regalata da Castellani dopo il test al Ferrocarril Oeste, la meta sbagliata che convinse Kirwan, il Mondiale 2015 contro il volere del club. Alla vigilia della sua quinta Coppa il capitano si racconta: “Quarti difficili, non impossibili. Avrei voluto un c.t. così 10 anni fa. E non siamo mediocri”

Simone Battaggia
@sbattaggia

Immortale. Sergio Parisse sta vivendo la sua quinta Coppa del Mondo, come solo Mauro Bergamasco e il samoano Brian Lima. Sedici anni fa, in Australia, aveva la faccia da ragazzino e un’ambizione smisurata. In Giappone arriva con 140 caps alle spalle e con la serenità di chi non ha più nulla da dimostrare, perché a dispetto delle 34 vittorie e 105 sconfitte in azzurro, è considerato ovunque una leggenda del rugby. Anzi, a 36 anni ha scoperto nuove motivazioni. “Dopo 14 stagioni ho lasciato lo Stade Français, ora farò un anno a Tolone. Questo cambiamento mi dà una grandissima serenità. Arrivo al Mondiale a bomba”.

Che cosa è successo a Parigi?

“Negli ultimi due anni le cose sono cambiate. Il nuovo presidente, il tedesco Wild, è arrivato con tanti soldi e un progetto nuovo. Disse che voleva mantenere l’identità del club ma le scelte sono andate nel verso opposto. I dubbi di compagni e staff si sono riversati su di me. “Sergio, vai a parlare con lui”, mi chiedevano. Mi sono portato sulle spalle queste dinamiche e ciò mi ha tolto molte energie. A settembre 2018 mi avevano proposto di entrare nello staff come allenatore della touche, così avrebbero abbassato il tetto salariale, ma non era uno dei miei obiettivi. Non voglio smettere dopo il Mondiale. Voglio finire giocando libero. Farò un anno a Tolone. Mi avevano cercato spesso in passato, sono ambiziosi e hanno un pubblico caldissimo”.

Porterà avanti anche l’impegno con la Nazionale?

“Tolone non mi ha messo vincoli nel contratto. Per esperienza so che nella stagione successiva alla Coppa del Mondo si arriva al campionato carichi, in forma. Ora voglio fare bene con l’Italia, poi farò un punto. Se fisicamente sarò a buon livello, penserò se giocare un ultimo Torneo”.

Ricorda la sua prima convocazione?

“Fu nel marzo 2001, via fax per uno stage con l’under 19 a Buenos Aires prima dei Mondialini in Cile. Mi emozionai: avevo 12 anni quando papà mi portava al campo del Ferrocarril Oeste, a Buenos Aires, per vedere l’Italia in Coppa Latina contro Francia, Romania e Argentina. La mia prima maglia azzurra me la diede Andrea Castellani, una Cotton Oxford con il numero 27”.

Visto e preso: la portarono subito in Cile.

“Partii perché si era fatto male Nicola Bezzati. Il martedì prima della partenza Cavinato mi disse:“ti porterei, ma non posso farlo per correttezza verso chi ha fatto tutta la preparazione”. Due giorni dopo, su un esercizio banale, Bezzati si ruppe la mano. Serviva una terza linea. Feci le quattro partite da titolare, poi tornai in Argentina per finire le superiori. Alla fine dell’anno scolastico andai a Treviso”.

Dove giocò in giovanile.

“Mi allenavo con la prima squadra ma giocavo con l’under 21. Kirwan mi chiamò per la Nazionale maggiore dopo avermi visto in finale contro il Sannio. Vincemmo 53-10 a Rovigo. Ricordo una mia volata per la meta e la palla che mi cade prima di schiacciare sulla bandierina. Dalla tribuna i tifosi del Sannio iniziarono a insultarmi. Segnai altre due mete e alla fine Kirwan mi disse che voleva convocarmi per la Nazionale maggiore: “La cosa che mi è piaciuta di più è che dopo quell’errore hai reagito e non hai perso la testa”, mi disse”.

E così partì per il tour in Nuova Zelanda. A 18 anni.

“Passai da non aver fatto una sola partita in prima squadra per Treviso a essere titolare contro Manawatu. Era la prima partita e per quanto mi riguardava il tour per me era finito lì, infatti con il New Zealand XV non giocai. Poi arriva il martedì e Kirwan dà la squadra per il test contro gli All Blacks. Legge le terze: “Persico, De Rossi, Parisse”. Fu uno choc, sentii una vampata che mi saliva nel corpo. Lì iniziò l’avventura”.

Kirwan poi la portò anche al Mondiale 2003 in Australia.

“Lì segnai la prima meta in azzurro con il Canada. Nel 2007 la situazione fu diversa: c’era Berbizier c.t., ero a Parigi già da due anni. Fu il Mondiale con più rimpianti, avevamo una poule alla portata, la Scozia quell’anno l’avevamo già battuta al Sei Nazioni. È stata la delusione più grande. Quello del 2011 invece è stato un Mondiale particolare perché si giocava nella patria del rugby ed è stato bello, anche se forse mancava la percezione del grande evento”.

“Venivo dal campionato vinto con lo Stade Français, ero stato nominato miglior giocatore del Top 14. Avevo fatto una preparazione bellissima, ma col Galles presi una botta a un polpaccio che fu presa un po’ alla leggera. Mi venne fatta una fasciatura compressiva, presi un aereo e quando arrivai a casa, a Parigi, sembrava che la gamba stesse esplodendo. Il giorno dopo mi operarono d’urgenza, mi fecero due tagli per far drenare il sangue. Vidi la partita inaugurale, Inghilterra-Figi, piangendo sul divano di casa. Mi allenai tutti i giorni, da solo, per recuperare»”

“Avrei dovuto star fermo un mese e mezzo ma quattro settimane dopo ero in campo con l’Irlanda. Lavorai con lo staff dello Stade Français, furono dei grandi. Il presidente del club non voleva che io giocassi, dovetti firmare una lettera in cui scrivevo che se mi fossi fatto male non sarei stato pagato. Il giorno del match a colazione sentii il polpaccio che tirava. L’allenatore (Brunel, ndr) mi chiese come andava. “Mi tira, ma non ho fatto tutto ciò per nulla. Voglio provare e devo rompermi mi rompo”, dissi. Il riscaldamento andò bene ma al 60’ non ne potevo più. Poi saltai la partita con la Romania e, tornato a Parigi, rimasi fermo un altro mese. Che lo Stade Français non mi pagò”.

Per Giappone 2019 l’obiettivo è di essere la migliore Italia di sempre. Significa andare ai quarti per la prima volta.

“A livello di risultati indubbiamente, e per farlo bisogna battere o Sudafrica o Nuova Zelanda, di lì non si scappa. Diciamo che abbiamo fatto la miglior preparazione di sempre per essere in grado di battere Namibia e Canada e di giocarcela col Sudafrica. La partita chiave sarà quella. Abbiamo obiettivi difficili, ma non impossibili. Per questo Mondiale ho nuovi stimoli, questo gruppo mi dà soddisfazione e sono straconvinto che nei prossimi anni porterà avanti bene questa Nazionale. C’è futuro, c’è ricambio, da due-tre anni il lavoro fatto a Treviso sta dando risultati e le Zebre, nonostante i problemi, sembra stiano creando una squadra più allargata”.

Come è andata la preparazione?

“Siamo veramente in forma, speriamo di raggiungere il picco già contro la Namibia”.

Che riscontri avete avuto dai test di agosto e settembre?

“Ci sono serviti per fare rugby. La distanza che ci separa da nazioni come la Russia è abissale. Francia e Inghilterra sono stati test di altissimo livello dove abbiamo imparato che la determinazione in tutto ciò che facciamo sarà la chiave del nostro Mondiale. Sono sicuro che durante la Coppa non accadrà di nuovo”.

Che bilancio traccia di questi anni con O’Shea?

“Ho fiducia in Conor, ha una grandissima forza mentale. Ha un ottimo feeling con la squadra, ha fatto di tutto per creare le migliori condizioni possibili. Forse non abbiamo portato a casa i risultati che volevamo e che secondo me meritavamo, come ad esempio contro Tonga, con la Francia all’ultimo Sei Nazioni e con la Scozia nel 2018. Ci sono 4-5 vittorie che non ci siamo portati a casa e che avrebbero dato più credibilità al lavoro. Per chi non vive il rugby non è facile capire che la squadra cresce nonostante non porti a casa i risultati. Ma è facile essere fiduciosi quando si vince. Avrei voluto un Conor dieci anni fa: oggi non saremmo in questa situazione”.

“A livello di intensità, ci alleniamo come si deve allenare una grande nazionale di rugby. Questo è un gruppo ambizioso, non di mediocri. A Treviso ora sono consci che sanno giocare a rugby e vincere. Non sono più lì a dire “Abbiamo fatto il partitone col Munster, abbiamo perso solo di cinque punti””.

Le recenti voci sul suo prossimo addio e su Howley hanno avuto effetto nel gruppo?

“No, Nessun effetto”.

Chi saranno i leader azzurri del futuro?

“La leadership si acquisisce col tempo. Quando smetteremo io, Leo e Ale (Ghiraldini e Zanni, ndr) andrà direttamente alla squadra e ci sono ragazzi che non hanno mai avuto paura di prendersi responsabilità: Campagnaro, Allan, Lovotti, le terze linee. Poi sarà l’allenatore a dire chi sarà capitano. Oggi la mia presenza dà sicurezza e questo toglie pressione agli altri. Io sono stato sempre molto protettivo, guai a chi mi tocca un giocatore del gruppo. Il carisma non si impara, ce l’hai o non ce l’hai, ma la leadership nasce dalle responsabilità che ci si prende. Ho fatto tanti errori, a 25 anni Mallett mi fece capitano in un gruppo di giocatori che erano più grandi di me. Il mio modo di essere leader all’epoca era diverso da ora. Anche le generazioni sono diverse: se io adesso mi comporto come Marco Bortolami si è comportato con me, i ragazzi di questa generazione si chiuderebbero. La più grande dote del capitano è conoscere i suoi giocatori”.

I giocatori di oggi sono fragili?

“La grande differenza è l’influenza dei social. Se dieci anni fa giocavi male, sapevi che l’allenatore ti avrebbe ripreso nell’analisi video. Oggi il novanta per cento dei giocatori di alto livello a fine partita guardano i commenti su twitter. Questo può influenzare negativamente i più giovani. A me chiunque può dire “sei scarso” e non lo ascolterò perché ho fiducia in me. Tanti ragazzi non reggono le critiche, anche se arrivano da chi non capisce niente di rugby. Dopo l’ultima partita a Twickenham Angelo Esposito è stato massacrato. Può aver sbagliato, ok, ma un errore individuale può venire da un altro errore di squadra: se mi trovo a difendere uno contro uno su Tuilagi che arriva lanciato, puoi essere anche un placcatore come Simone Favaro ma sarà sempre difficile fermarlo. Però chi non capisce niente di rugby dice “ecco, Esposito ha sbagliato il placcaggio”. Le sole critiche da ascoltare sono quelle di chi ha la competenza per farlo e ti fa migliorare, come l’allenatore”.

Cosa farà dell’esperienza maturata in questi vent’anni?

“Vorrei lavorare nel management delle persone, ma non è detto che la mia esperienza mi renda un grande allenatore o un grande manager. Quando smetterò rimetterò tutto a zero. Cosa significa decidere chi gioca e chi no? Io non ho mai ammirato chi, ad esempio, motivava la propria scelta come per giustificarla. Un giocatore apprezza l’onestà, piuttosto che il trovare alibi alle scelte. Preferisco chi mi dice “Sergio, non giochi perché hai giocato male e voglio dare un’opportunità a qualcun altro”, oppure “oggi voglio un 8 di maggiore potenza oggi”. Serve gente sincera, che ti dica “ok, dimostrami che vuoi migliorare in queste cose, e avrai un’altra chance”. Non stai chiedendo a qualcuno di star seduto a una scrivania dalle 8 alle 17 per fare 5000 report. Stai chiedendogli di mettere il suo corpo in campo, prendere delle botte e rischiare anche la vita. Serve uno stato mentale particolare, non stiamo giocando a scacchi. Come motivare un giocatore, fargli sentire che sta rappresentando un club, e farlo andare oltre?”.

“Spero di andare in giro per il mondo, parlare con la gente, andare a vedere come lavorano i grandi allenatori in Nuova Zelanda, Australia, Irlanda, Inghilterra. Uno deve sempre imparare, la conoscenza è importante. Ma sarò capace di spiegare le cose? Ne parlavo con Paul O’Connell, che la stagione scorsa è venuto allo Stade Français ma poi se ne è andato. Mi disse “Io so che mi piace allenare, ma devo imparare a insegnare”. A fine allenamento io e lui ci fermavamo per ore a parlare di rugby. Puoi essere un’enciclopedia, ma poi quando sei una stanza con 30 persone e ti seguono solo tre o quattro, sai farti ascoltare da tutti? Perché altrimenti non sei efficace. Voglio andare in giro anche per imparare a comunicare. E sarà tutto un altro mondo”.

Come venire a capo della questione concussion?

“Sono stati fatti grandi passi in avanti, a iniziare dal protocollo. Poi resta sempre rugby. Adattare le regole, abbassare la linea del placcaggio può essere importanti per i giovani. Il ragazzino cerca di imitare i grandi, ma a 12-13 anni, senza il controllo completo del fisico, un placcaggio con la spalla può essere pericoloso. Fino a 16-17 anni si dovrebbe placcare bassi, alle gambe. Gli adattamenti delle regole per i più giovani sono importanti, ma il rugby è rugby. Se si toglie il contatto, parliamo di un altro sport”.

Il Nations Championship non si farà, il Sei Nazioni resterà blindato. Buona notizia per l’Italia?

“Quando parliamo di queste competizioni parliamo innanzitutto di soldi. Pichot e il Sud volevano farla, il Nord ha fatto muro. Non sta a me dire se è stato un bene o un male. Di certo non la vivrò da giocatore”.



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