Piloti licenziati in Formula 1: gli appiedati illustri – La Gazzetta dello Sport


Dopo l’allontanamento di Gasly dalla Red Bull, una carrellata di alcuni tra gli episodi più eclatanti di rapporti interrotti anzitempo. Da Kvyat a Prost

Roberto Speranza

Il licenziamento di Pierre Gasly dalla Red Bull, o meglio la sua “retrocessione” alla Toro Rosso, non è il primo e non sarà l’ultimo degli avvicendamenti avvenuti anzitempo nella massima categoria dell’automobilismo. La lista dei piloti licenziati in Formula 1, intesi come allontanati o forzati ad andarsene dalla loro scuderia prima che terminasse la stagione, è molto lunga. Ripercorriamo alcuni tra i casi più eclatanti, dal più recente al più antico.

PILOTI LICENZIATI IN FORMULA 1: RED BULL, DANIIL KVYAT, 2016

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La Red Bull ha una scuola piloti dalla quale è molto facile salire rapidamente in F1 (se si ha un adeguato talento) ma è altrettanto agevole e rapido uscirne. Il suo boss Helmut Marko è netto. Non che sia l’unico, perché anche altrove non scherzano; tuttavia l’austriaco è uno dei più duri. Prima di Gasly la stessa sorte è accaduta a Daniil Kvyat. Fattosi notare nel kart in Italia, il russo venne arruolato nel 2010 nel Red Bull Junior Team. Nel 2014, a 20 anni, esordì in F1 nella Toro Rosso e si guadagnò la promozione alla Red Bull per il 2015. Tra alti e bassi ottenne numerosi piazzamenti che gli fecero concludere la stagione davanti al compagno di squadra, Daniel Ricciardo. Kvyat sembrava lanciato verso una buona carriera, invece la sorte girò contro di lui. Nel 2016, proprio nel GP di Russia, tamponò per due volte la Ferrari di Sebastian Vettel. Marko si avventò sulla preda, perché alla Toro Rosso Max Verstappen stava emergendo come pilota di punta, quindi convinse la Red Bull a retrocedere Kvyat. Il quale, profondamente demoralizzato, incappò in un’involuzione profonda che nel 2017 gli fece perdere il posto pure alla Toro Rosso, sempre prima che finisse la stagione.

BMW SAUBER, JACQUES VILLENEUVE, 2006

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Campione del mondo o no, il posto te lo devi sempre guadagnare. E quando non ci riesci, qualcuno che ti sostituisce si trova molto in fretta. Così Jacques Villeneuve fu costretto ad un addio amaro e alquanto umiliante, per un pilota che non solo è stato iridato in F1 ma ha anche vinto la 500 miglia di Indianapolis. Nella stagione 2006, al volante di una Bmw Sauber non precisamente competitiva, il canadese ottenne diversi ritiri per problemi meccanici prima di andare a sbattere violentemente ad Hockenheim, infortunandosi. Saltò la gara successiva in Ungheria, il suo posto fu preso dal promettente Robert Kubica. Così bravo che il team svizzero-bavarese voleva preferirlo alla vecchia gloria sul viale del tramonto. Allora la squadra propose a Villeneuve di effettuare dei test privati insieme al giovane polacco, per stabilire chi fosse il migliore. Jacques forse era vecchio (relativamente, aveva 35 anni) e non più brillante come una volta, ma la dignità non gli è mai mancata. Capì l’antifona e salutò tutti, lasciando per sempre la Formula 1.

MCLAREN, JUAN PABLO MONTOYA, 2006

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Veloce come un fulmine e combattivo come un toro nell’arena ma senza il contorno mentale sufficiente a diventare un campione fra i più grandi: è la sintesi della carriera di Juan Pablo Montoya, illuminata dalla vittoria della 500 miglia di Indianapolis nel 2000 e di sette gran premi in F1, oltre al campionato americano Cart nel 1999. Nel 2006 il colombiano guidava una McLaren lontanissima dalle duellanti per il titolo, Renault e Ferrari. Dopo dieci gare Montoya aveva raccolto due podi e cinque ritiri. Il suo compagno di squadra, il giovane Kimi Raikkonen, andava decisamente meglio di lui. Inoltre era già annunciato l’arrivo nel 2007 di Fernando Alonso. Il suo addio dalla McLaren era certo. Ma almeno avrebbe potuto finire la stagione. Senonché il colombiano, mai stato un gran diplomatico, dopo il GP degli Stati Uniti circa a metà stagione, in cui al primo giro andò addosso proprio a Raikkonen causando il ritiro di entrambi (e di Scott Speed sulla Toro Rosso), colse l’occasione per annunciare alla stampa, ma non alla squadra, che alla fine dell’anno sarebbe passato alla Nascar. Ron Dennis non la prese bene e gli disse che poteva tornare in America anche subito. Pedro De La Rosa salì sul sedile del colombiano fin dalla gara successiva, il GP di Francia.

MCLAREN, MICHAEL ANDRETTI, 1993

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Un cognome pesante non conta nulla se non è accompagnato da altre doti. Soprattutto quando il tuo compagno di squadra si chiama Ayrton Senna. Michael Andretti è stato un buon pilota come tanti, ha anche vinto un campionato Cart. Ma non può essere paragonato al padre Mario. In Formula 1 Ron Dennis gli fece effettuare dei test sulla McLaren nel 1991, poi gli offrì un contratto per il 1993 in un momento in cui non era certo che Senna rimanesse. Inoltre il ritiro del motorista Honda aveva reso la sua squadra molto meno allettante per i top driver. Ayrton però nel 1993 decise di restare (inizialmente “a gettone”, un contratto gara per gara), così Andretti dovette confrontarsi con un mito in terra. In un ambiente estremamente più difficile delle corse americane e su una macchina poco competitiva che solo Senna, proprio perché era Senna, sapeva far vincere. Michael era un pesce fuor d’acqua. Non riuscì a combinare assolutamente nulla. A parte i guai meccanici, commise anche diversi errori e non ebbe mai un vero guizzo. Dennis si rese presto conto che aveva dato il volante all’Andretti sbagliato, una generazione troppo tardi. Dopo Monza, in cui per un’ironia amara arrivò sul podio, Michael venne appiedato e tornò malinconicamente in America.

FERRARI, ALAIN PROST, 1991

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Nel 1990 Alain Prost aveva sfiorato il titolo mondiale con la Ferrari in una delle tante epiche sfide all’ultimo sangue contro Ayrton Senna. Ma la rossa del 1991 non aveva niente a che fare con quella precedente. La macchina era clamorosamente sbagliata, senza scuse. Fu un anno terribile. Prost ottenne tre secondi posti molto afferrati per i capelli ma collezionò anche sei ritiri. E litigò costantemente con la dirigenza. Al termine del GP del Giappone il transalpino si sfogò con la stampa del suo Paese, definendo la Ferrari “un camion”. A Maranello videro rosso e non in senso buono. Così cacciarono immediatamente uno dei più grandi campioni nella storia dell’automobilismo.

LIGIER, ANDREA DE CESARIS, 1985

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Andrea De Cesaris era molto veloce ma non sapeva concretizzare le gare; anche per questo non ebbe mai una vera occasione per guidare in un team vincente. Nel 1985 si trovava al suo secondo anno con la Ligier. Gli incidenti lo accompagnavano troppo spesso, tagliò il traguardo solo tre volte in sei gare. Il botto che ebbe al GP d’Austria, dove letteralmente prese il volo e solo per miracolo non si fece male, fu l’ultima goccia. Guy Ligier ne aveva abbastanza e decise di mandarlo via. Ma non immediatamente: permise a De Cesaris di correre anche la gara successiva in Olanda, detraendo però dal suo stipendio i danni per l’incidente di Zeltweg. Subito dopo il pilota fu appiedato.

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