Ferrara al leghista con il codino. Fabbri tra selfie, abbracci e birre


All’una e ventotto della prima notte da sindaco, il leghista Alan Fabbri chiude il cerchio con la sua storia. «Posso avere una birrettina, per favore?». Sudato fradicio, prende una banconota da cinque dalla tasca dei pantaloni neri. La giacca non c’è più, le maniche della camicia sono arrotolate al gomito. Davanti alla cattedrale dove è sepolto papa Urbano III hanno appena fatto esplodere dei fuochi d’artificio, il corteo del vincitore si ferma al Bar Agorà.

«Mi hanno sempre attaccato perché facevo campagna elettorale nei bar e nei mercati, ma secondo me sono loro che si sono distaccati dalla realtà. Continuerò a starci anche adesso che sono stato eletto». In quel momento gli passa negli occhi una scena: «Vent’anni fa. Mangiavo la pizza con Matteo Salvini per la prima campagna elettorale della mia vita, quella di Finale Emilia. Lui era un consigliere comunale a Milano, ed eravamo in dieci, al massimo quindici leghisti. Se mi avessero detto allora quello che sarebbe successo oggi, non ci avrei mai creduto». Succede che le birre arrivano. E tutti lo baciano. «Alan, un selfie». «Alan, sei un grande». «Fatti abbracciare!». Lui abbraccia, e sono scontri di pance, schiocchi di mani. Qualcuno piange di commozione. Alan Fabbri dice: «È la fine dei gulag. Ferrara finalmente sarà la città di tutti». Si fa avanti uno studente con un cappellino da baseball nero: «Complimenti, però sappiate che io sono di giù». «Non ti preoccupare. La mia addetta stampa è di Manfredonia. Vi teniamo tutti…». Altre birre, altre foto fra il dehors e il bancone. C’è Vittorio Sgarbi seduto sul trespolo accanto al sindaco, perché al ballottaggio tutte le liste del centrodestra si sono unite per appoggiarlo. Sull’altro trespolo, invece, è seduto Nicola Lodi detto “Naomo” in omaggio di uno sketch di Panariello, ex parrucchiere, è il segretario comunale della Lega. Il più votato, il più contestato. Ha cinque condanne per reati vari, di cui una per stalking e una per «usurpazione di funzioni pubbliche». Ed è diventato noto quando nell’ottobre del 2016 ha fatto le barricate a Goro e Gorino contro l’arrivo di undici migranti, fra cui una donna incinta. «È una vittoria storica», dice adesso bevendo un sorso. «È una vittoria dei cittadini. Io sono stato il più colpito dalle critiche. Ed ecco il risultato. Quando intendevo dire che la loro arroganza non li avrebbe premiati, intendevo proprio questo».

L’interruzione

Loro, è chiaro, sono quelli del mondo di prima: 73 anni di governo ininterrotto della città sempre a sinistra. Una sinistra più cattolica che operaia, una sinistra che viene dalle Acli quella del sindaco uscente Tiziano Tagliani e dello sfidante sconfitto Aldo Modenesi, assessore ai lavori pubblici e alla sicurezza urbana nell’ultima giunta. Si è congedato con questa frase dal sapore di popcorn: «Lasciamo un Comune in buona salute. Aspettiamo di vederli all’opera».

Adesso a Ferrara tocca al mondo nuovo. Il mondo di “Naomo”. Quello del leghista Stefano Solaroli, che si è fatto un video con una pistola in mano sperando che i suoi fossero «pensieri contagiosi». Il mondo dell’estrema destra del candidato Alessandro Balboni, figlio d’arte di un senatore di Fratelli d’Italia. Ma è anche il mondo di questo bar pieno. Il mondo di Alan Fabbri, uno che in occasione delle Regionali del 2014 non volle tagliarsi il codino nemmeno di fronte alle pressioni di Silvio Berlusconi in persona. Ex sindaco di un paese che si chiama Bondeno, bassista in una cover band di Fabrizio De André, è il curatore di un festival di musica celtica. «Bisogna smetterla di etichettare. La musica è un valore che appartiene a tutti. Cercheremo di siglare una pace sociale su questi temi. E candideremo Ferrara come capitale italiana della cultura». Al suo fianco, Vittorio Sgarbi sorride, accomoda il ciuffo di capelli d’argento, lo abbraccia e saluta: «Devo andare a Milano».

Quale sarà la prima decisone del nuovo sindaco? «Convocheremo il consiglio comunale sotto il grattacielo, nel quartiere Gad. Una volta era il fiore all’occhiello della città, oggi invece è occupato da bande malavitose di origine nigeriana che danno molti problemi. Mi sembra un segnale doveroso nei confronti delle persone che vivono lì». E sulla bandiera della Lega messa a sventolare per qualche minuto sopra la striscione in memoria di Giulio Regeni, dice: «È stata una disattenzione di alcuni militanti. Io non l’avrei fatto. Lo striscione di Regeni resterà al suo posto. Anche per noi è importante fare una battaglia di verità con l’Egitto». Un signore anziano viene a stringergli la mano: «Mi avete convinto. Ho votato per voi». Chiamatelo populismo, chiamatelo come vi pare. E’ questa cosa qui: stare fino alle tre del mattino a festeggiare in piazza, mostrandoti identico a chi ti ha votato. «Quelli di prima hanno perso perché non hanno saputo riconoscere i loro errori. Avrebbero fatto meglio a frequentare di più i bar».



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